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sabato 25 marzo 2017

Giuseppe Franco (Pino) Pollutri, Formella: Veduta della Loggia Amblingh.

Giuseppe Franco (Pino) Pollutri,  "Formella in ceramica di Vasto-Histonium",
2017, Bassorilievo in terraglia bianca e colori sottovetrina, Collezione privata.

Giuseppe Franco (Pino) Pollutri
Nasce a Marina di Vasto (antica Histonium), in provincia di Chieti, il nove luglio del 1943.Trascorre l'infanzia e la prima giovinezza sulle rive del mare Adriatico. Le calde tonalità della dorata spiaggia, l'atmosfera limpida e tersa dell'orizzonte bluverdemarino, il verde tenero e cupo della vegetazione dominante il naturale anfiteatro del luogo, l'abitato della cittadina intessuta in cotto, hanno dato un'imprinting visuale che hanno poi informato tutta la sua attività visivo-estetica.
Studi classici, laurea in Lettere (tesi in Estetica) presso la Sapienza di Roma. Negli anni '60 la frequentazione con l'artista Gianfranco Bevilacqua, allora studente di liceo artistico, lo ha portato a sperimentare egli stesso la produzione d'arte, mutuando dall'amico tecniche e suggerimenti stilistici, in un reciproco scambio di stimoli ed idee. Questo lo porta ad alternare nel tempo, talora nella stessa giornata, l'uso della penna (oggi della tastiera informatica) o del pennello, della mano sull'argilla.
Trasferitosi dagli anni '70 a Tivoli, partecipe di attività culturali promosse della Associazione Culturale Tiburtina di G. Porcelli, nel 1984 frequenta un corso di ceramica, tenuto dal prof. Lanfranco Picchi (www.picchiarte.it) e con lui ha scambi tecnico-culturali con il noto artista, autore di specifici testi di Ceramica, Nino Caruso.
Successivamente ha maturato esperienze tecnico-artigianli nelle botteghe ceramiche di Rapino (CH), Castelli (TE) e, in particolare, di Deruta (PG).
Poeta e pubblicista, critico d'arte, pittore e ceramista, persegue quella che per lui è una sorta di interpretazione formale di se stesso e dell'habitat in cui si trova a vivere.
Fare arte (letteratura, cultura) come strumento ed approdo, significativo e significante, alle proprie esperienze emotive, al vissuto quotidiano, al magma transeunte della realtà.
Il desiderio di coagulare - in una sorta di reiterato rito catartico - non importa con quale mezzo tecnico-formale, cadenze verbali ed accensioni visuali.
L'attività di ceramista come esercizio quotidiano di manualità creativa, quotidiana palingenesi della materia , di ciò che è caos in assoluto, della terra (la creta), la più duttilmente plasmabile.
Come rimando culturale e spirituale ad epoche remote, ma sempre vive e decisive (dalla mesopotamica alla egeo-minoica, alla etrusca-romana). Tempi in cui la mano dell'uomo, con gesto primordialmente divino, se si vuole ancestrale, creava, per i propri bisogni, vasellame ed immagini di culto.

Da: www.operafictilia.com



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