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sabato 7 aprile 2018

Espressione della natura in Filippo Palizzi: l'animale legato alla vita dell'uomo. Filippo Palizzi, “La scuderia”, 1848.

Filippo Palizzi, “La scuderia”,
1848, olio su tela, cm. 55x74, collezione privata.




Filippo Palizzi (Vasto, 16 giugno 1818 – Napoli, 11 settembre 1899) 

“La scuderia”, 1848 

Olio su tela, cm. 55x74 
Collezione privata. 


Gli animali sono legati alla vita dell'uomo e costituiscono l'espressione più genuina della natura. Con tutta evidenza, nella concezione artistica di Filippo Palizzi la forza animale ha rappresentato la istintiva predilezione e si può anche affermare che, in tutte le sue opere, è materia ricorrente, anzi diventa protagonista, proprio perché, come egli più volte sottolinea, lo studio dell'animale non è mai inteso come elemento decorativo, bensì come attributo fine a se stesso. 
Ma è nell'amore per l'arte paesana che Filippo Palizzi riversò tutto il suo sentimento e la sua versatilità, direi, tutta la passione, forse perché derivanti dalla vita semplice che condusse fino all'ultimo. Ma infaticabile nello scrutare il mistero della natura che gli ispirava, innanzitutto, il culto del disegno come elemento fondamentale che Filippo Palizzi riteneva la base di ogni arte figurativa. 
Palizzi, peraltro, non è divenuto animalista o paesaggista per caso, ma lo è stato perché spontaneamente era attratto dalle espressioni naturali della fauna, legandovi la personale sensibilità al cospetto degli animali, per poi rappresentarli nell'intimo carattere. Ed è per questo che la bellezza dell'animale in Filippo Palizzi ha fattezze di perfezione, in virtù del suo modo di vedere, di annotare mentalmente, di realizzare materialmente, poi nella tela. 
Scrive Mattia Limoncelli, avvocato penalista, Presidente dell'Accademia di Belle Arti di Napoli, nel volume "Filippo Palizzi" edizione del Comitato per le Onoranze a Filippo Palizzi 1928: "Ebbene, questo singolare maestro, programmatico, amante del sistema, ricco di tutti gli attributi della potenza costruttiva, che dovrebbe avere le mani incollate nella continuità dello sforzo, sa serbare una sorpresa impreveduta: la verginità del tocco, la finezza, la grazia e, talvolta, financo, la mondanità". 
Eleganza e perfezione nelle immagini che Filippo Palizzi seppe sempre esprimere con armonica rappresentazione. 
Talvolta l'animale è ritratto in compagnia dell'uomo, per rappresentare un quadro campestre in una visione d'insieme, perché parte legata alla vita dell'uomo. In alcuni quadri (Scuderia; Ritratto del Principe di Fondi a caccia; II cacciatore e il suo cane), l'animale, il cane o il cavallo e l'uomo, esprimono un binomio ricorrente nella composizione artistica di Filippo Palizzi. 
Ma in una interpretazione tratta dal vivo, quasi che i protagonisti costituiscono l'elemento vivo di un momento di vita. 
E' questa una caratteristica di Filippo Palizzi: ritrarre dal vivo gli aspetti della natura per esprimerli con passionalità, con rigore assoluto aderente alla realtà. 
L'artista scrive, in un suo saggio manoscritto (nella Biblioteca Comunale di Vasto) a proposito della questione di "ritrarre l'animale dal vivo": "Gli animali che ho ritratto dal vero furono o di proposito, d'occasione o imposti". 
E cioè quando Filippo Palizzi andava a cercare un modello per poterlo ritrarre; o occasionalmente incontrandolo in aperta campagna, ovvero "imposto", cioè, "quando una persona o un personaggio desiderava che facessi il ritratto dell'animale che possedeva, cioè cavallo, cane e qualche animale di razza, tra i bovi ed altro... Questo esercizio più o meno variava a secondo dell'animale e le condizioni materiali del tempo e del luogo: perciò non escludeva l'eccezionale condizione generale fisica e morale in cui era preso a trattare a dipingere sulla tela". 
Tale sua convinzione escludeva qualsiasi mistificazione inventiva, proprio perché l'artista era profondamente fedele al suo ideale di lealtà nei confronti della rappresentazione della realtà, di cui, soprattutto, sapeva cogliere tutti gli aspetti suggestivi. 

Giuseppe Catania 






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