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martedì 27 giugno 2017

Filippo Palizzi, “Dopo il diluvio”, 1863. Dal Museo di Capodimonte a Napoli alle copie: “The Animals leaving the Ark, Mount Ararat” al Falmouth Art Gallery in Gran Bretagna e “After the Flood: the exit of Animals from the Ark”, 1867, in vendita su Christie's. Ma quante copie esistono?

Filippo Palizzi, “Dopo il diluvio”
1863, olio su tela  cm 185x266, Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli.




Filippo Palizzi (Vasto, 16 giugno 1818 – Napoli, 10 settembre 1899)
“Dopo il diluvio”, 1863
Olio su tela  cm 185x266
Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli.


Filippo Palizzi, “Dopo il diluvio”
1863, olio su tela  cm 185x266, Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli.


Il dipinto fu commissionato a Filippo Palizzi nel 1861 dal re Vittorio Emanuele; al pittore fu richiesto un quadro di grandezza e soggetto liberi. Palizzi decise di affrontare il tema dell’uscita degli animali dall’Arca, soggetto su cui meditava da molto tempo e a cui aveva dedicato studi di singoli animali con la speranza di eseguire il dipinto.
Il soggetto è tratto dal passo del libro della Genesi in cui si racconta dell’annuncio del diluvio a Noè, unico uomo che non aveva pervertito la sua condotta sulla terra e per questo prescelto da Dio quale nuovo Adamo: Dio guardò la terra e disse a Noè “E’ venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra per causa loro è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. Io manderò il diluvio per distruggere sotto il cielo ogni carne in cui è alito di vita..…..ma con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell’arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli; di quanto vive, introdurrai due di ogni specie (dipinto: ogni specie è infatti rappresentata da soli due esemplari, uno maschio, l’altro femmina), per mantenerli in vita con te: siano maschio e femmina”. Secondo il racconto, Noè e gli animali rimasero un anno chiusi nell’arca. Con l’abbassamento delle acque l’arca si posò sui monti dell’Ararat (Armenia), (nel dipinto l’imbarcazione è infatti arroccata in alto a destra); Dio ordinò poi a Noè di lasciar uscire tutti gli animali e di lasciarli liberi di moltiplicarsi per dare atto ad una nuova creazione. Dopo l’uscita degli animali, secondo il passo biblico, Noè edificò un altare sacrificale per offrire olocausti al Signore (nel dipinto il fumo del sacrificio si intravede in alto a destra, nei pressi dell’arca).

In una lettera ai fratelli, Filippo dice di aver affidato la realizzazione della cornice del quadro all’artigiano fiorentino Cheloni, cui aveva suggerito di inserire in alto, in bassorilievo, la figura dell’Eterno Padre sulle nuvole, in atto di rianimare la natura. Dalla stessa lettera apprendiamo alcuni importanti indizi sul significato del quadro. Scrive Palizzi : << Tutta la scena è velata da una caligine che viene dal basso, perché ho supposto fosse causata dalla continua esalazione delle acque stagnanti e dall’umido […]. L’Arca è posata in un lato della roccia a dritta, al di là, davanti, vi è il fumo del sacrificio […]. Tutti questi animali, dopo essere stati rinchiusi un anno nell’Arca, ho creduto farli uscire animati da un solo sentimento: la sollecitudine di prendere ognuno la sua via e il sentimento di amore che precede l’istinto della riproduzione per moltiplicarsi […]. Il cane tra tutti gli animali, manca, poiché è con l’uomo, è con Noè. L’Uomo nemmeno si vede, ma il fumo del sacrificio fa supporre la sua presenza; egli, anche se invisibile, resta come ente morale, come colui che fu prescelto da Dio per la rigenerazione del mondo e tipo perfetto dell’umanità >> . 

Il dipinto riscosse un grande successo e negli anni ’60 dell’800, l’incisore Saro Cucinotta si impegnò a realizzare un’incisione di grandi dimensioni.

“Dopo il Diluvio”, rappresenta una tappa importante dell’evoluzione stilistica di F. Palizzi, che potremmo definire “positivistica”. Quando nel 1837 Filippo si trasferì a Napoli (era nato a Vasto, in Abruzzo), decise di iscriversi all’Accademia di Belle Arti, ove frequentò la cattedra di paesaggio che nel 1816 fu occupata da Anton Sminck Pitloo (1791-1833), fondatore della celebre Scuola di Posillipo, il cui caposcuola, negli anni in cui Filippo si trasferì a Napoli era il paesaggista Giacinto Gigante.

Nella Scuola di Posillipo, nonostante il persistere dell’impianto prospettico-scenografico della tradizionale veduta settecentesca, era maturata una pittura di paesaggio ove ritroviamo precoci novità in senso romantico. Difatti, i pittori della Scuola, oltre a rappresentare il paesaggio di Napoli e dintorni, si cimentavano anche nella rappresentazione degli aspetti più maestosi e terribili della natura (boschi con alberi immensi, orride rupi), di chiaro gusto romantico. Filippo Palizzi in una prima fase del soggiorno napoletano lavorò quindi in connessione con questo tipo di pittura subendone in parte l’influenza. Ben presto, tuttavia, egli si allontanò dalla Scuola, per seguire nuove strade. In questa evoluzione ebbe un ruolo importante il soggiorno a Napoli, nel 1854, di Giuseppe Palizzi, fratello di Filippo, il quale dal 1844 si era stabilito a Parigi, entrando in contatto con la pittura di Corot e con la  corrente “realistica” dei pittori detti di Barbizon. Il contatto con il fratello indusse Filippo ad accentuare la fedeltà al dato naturalistico. Ancor più determinante ai fini di questa evoluzione fu la decisione di Filippo di seguire il fratello in Francia nel 1855, anno in cui il pittore Gustave Courbet attuava, con il “Pavillon du Realisme” (Padiglione del Realismo), sua mostra personale, la consacrazione ufficiale del “Realismo” pittorico e momento in cui maturavano le prime esperienze del Positivismo francese. Da questo momento in poi Filippo si cimenterà sempre più  nella rappresentazione scientifica del “vero”, passando dalla resa atmosferica di paesaggi di ampio respiro, al lucido “verismo” di soggetti interpretati con minuzia quasi fotografica. Proprio in Francia infatti, Filippo coltiva ancor più il suo interesse per la fotografia, la quale era stata oggetto di un acceso dibattito già a partire dagli anni ’30 dell’800 soprattutto in terra francese, ove fu presentata ufficialmente nel 1839, quando lo scienziato François Arago ne descrisse i caratteri e le funzioni: “L’immagine è riprodotta nel minimo dettaglio con incredibile esattezza e finezza… è la stessa luce a riprodurre le forme e le proporzioni degli oggetti con precisione quasi matematica”. Ben presto la fotografia entrò con prepotenza anche nel mondo delle arti dando vita ad accese polemiche. C’era chi ne sosteneva i vantaggi (con la fotografia gli artisti potevano sostituire studi e disegni dal vero), ma c’era anche chi vedeva in essa una minacciosa concorrenza, che avrebbe fatto sparire in breve i paesaggisti e i ritrattisti. Comunque nel corso del secolo i rapporti tra fotografia e pittura si intrecciarono sempre di più. Alcuni pittori, soprattutto di formazione accademica misero a punto uno stile “fotografico” che riproduceva analiticamente figure e paesaggi in complesse scene di insieme (“Dopo il Diluvio”). Il dipinto infatti  mostra chiaramente la volontà di ritrarre fotograficamente il “visibile”; ogni singolo animale è rappresentato con impressionante lucidità: la nitidezza, l’indagine quasi aneddotica dell’anatomia, il cui rigore e plasticismo sono affidati a studiatissimi disegni preliminari, fanno di ciascun esemplare un soggetto “finito”, che avrebbe un senso, proprio per la sua finitezza, anche se fosse isolato dal resto della composizione. La conoscenza approfondita che Filippo dimostra di avere della fauna più varia ed esotica, dimostra quanto la temperie scientifica che maturò nel XIX secolo, avesse investito le più varie attività umane, arte compresa. Il 1800 è infatti il secolo  dei grandi studi sulla fauna terrestre, dei progressi della biologia e delle teorie evoluzionistiche di Darwin, il quale, nei suoi viaggi aveva compilato numerosi taccuini con disegni e descrizioni di specie animali; studi che favorirono la diffusione, grazie alla fotografia, alla stampa e alle incisioni,  di un campionario di immagini di animali  poco conosciuto al grande pubblico.

L’approccio scientifico, fotografico, con cui Palizzi ci rappresenta il mondo animale, se da un lato riscosse grande successo tra la maggioranza dei contemporanei, dall’altro fu motivo di non poche critiche da parte del pittore Cammarano, che nella sua “Autobiografia”, così ci parla del dipinto: “…io m’attendevo che l’artista rievocasse tutto l’orrore del cataclisma, un mondo sconvolto…” e invece si trovò davanti “ una scena fredda, ghiaccia”.

Nell’opera di Palizzi emergono, difatti, i prodromi di quella che può essere definita la crisi del vedutismo romantico: nella pittura romantica di paesaggio, la rappresentazione della natura non risponde a criteri di oggettività e di indagine scientifica (contrariamente a quanto avviene nel dipinto di Palizzi), piuttosto esprime emozioni e stati d’animo. La natura è intesa come proiezione del sentimento individuale, in grado di generare effetti luministici carichi di suggestione, atmosfere dolci o cupe ed ombrose. Questa rappresentazione “sentimentale” della natura, nell’iter artistico di Palizzi evolverà gradualmente nelle modalità espressive del “Realismo” pittorico.

D’altro canto, se sul fronte stilistico e formale “Dopo li Diluvio” è la testimonianza di un approccio lucido e scientifico alla rappresentazione del vero, il soggetto che vi è raffigurato, tradisce il legame ancora palese alle tematiche romantiche: il primo romanticismo considerò la natura come forza creatrice, rigeneratrice; nel dipinto di Palizzi, la natura, coadiuvata dalla volontà di Dio, che il pittore ci raffigura in alto, sulla cornice, si manifesta proprio in questi termini. Ogni singolo animale è animato, come dice lo stesso pittore nella lettera ai fratelli “…da un solo sentimento: la sollecitudine di prendere ognuno la sua via e il sentimento di amore che precede  l’istinto della riproduzione per moltiplicarsi…”.

In chiave romantica va inteso anche il ruolo che l’uomo svolge nell’intero contesto del quadro (uomo - Noè - assente fisicamente ma presente come ente morale, come colui che fu prescelto da Dio per la rigenerazione del mondo e come “…tipo perfetto dell’umanità”); così anche l’assenza del cane ha un risvolto “sentimentale”, che sottolinea il sentimento di fedeltà che lega il cane all’uomo; esso è assente nella scena, non compare in mezzo alle altre bestie perché, dice Palizzi “…il cane manca sulla scena che ho creduto non farlo partire da vicino all’uomo, è con Noè”.  Pertanto, “Dopo il Diluvio” dimostra che, nonostante il “Realismo” come categoria estetica sia un fenomeno cronologicamente contiguo al Romanticismo, va tenuto conto, come avviene in tutte le fasi di transizione da un contesto artistico all’altro, che esistono fasi di “sovrapposizione temporale” che segnano fenomeni culturali contigui.



Per approfondimenti


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Una copia, dal titolo “The Animals leaving the Ark, Mount Ararat”, si trova alla Falmouth Art Gallery in Gran Bretagna.


Filippo Palizzi, “The Animals leaving the Ark, Mount Ararat”
olio su tela, cm 102x144, Falmouth Art Gallery, Falmouth, Gran Bretagna.


Filippo Palizzi (Vasto, 16 giugno 1818 – Napoli, 10 settembre 1899)
“The Animals leaving the Ark, Mount Ararat”
Olio su tela, cm 102x144
Falmouth Art Gallery, Falmouth, Gran Bretagna

Da:





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Un’altra copia è attualmente in vendita sul Christie’s firmata e datata in basso a sinistra  'Filip. Palizzi 67'.

Filippo Palizzi, “After the Flood: the exit of Animals from the Ark”, 1867, olio su tela, cm 104.5x150.5.

Filippo Palizzi (1818-1899) 
“After the Flood: the exit of Animals from the Ark”, 1867
Olio su tela, cm 104.5x150.5

Da:



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Esiste, pare solo nel web, anche una copia speculare (pertanto artefatta) del quadro “Dopo il Diluvio”.

 
Copia speculare



Ma quante copie esistono?


Da:




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